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 "Non c'è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al posto giusto"

Venerdì, di un qualsiasi giorno dei seguenti, non sento
quel richiamo di luci e ombre, quel respiro sull'iride.
Mi chiedi la ragione dell'andare per le stanze, dico 
che la situazione nazionale mi impensierisce, ma sei tu
che non vedi oltre, oltre la parola atta a coprire i risvolti;
lacerante e latente, altezzosa e irriverente. Segno, 
misura di un partire che non conosci, di un amare
che non ti rispecchia e di un dolore che accomuna le mani.

Passeranno i giorni, mi dico, forse anche le stagioni, 
e metterò un passo avanti all'altro, edificare sui sassi.
Poi mi darai gli occhi e capirò che non c'è nulla
che sono stato cieco ed indovino; i polpastrelli
si scioglieranno nel sangue raffermo, acido 
d'intenzione. Alba del giorno dopo, game over.

Gian m.

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Non giunge il respiro ovattato

al tuo piede impervio, alle narici
lasci il ricordo, alberga la mancanza.
Chiedi alle mani, chiedi alle parole,
chiedi alle vene imbizzarrite.
La nebbia leggera cade dal tuo viso,
cade lasciando scoperta
la cicatrice che ti feci;
chiedi il calore dei tuoi occhi, ora,
ma penso ai tuoi fianchi freschi
alla prontezza del richiamo, ai baci
che non mi concedi; odio il tuo diniego,
adoro il gioco e m'offende l'attesa.
Anche ora la tua voce giunge tagliente
a recidere l'intenzione, mattanza di me
e sostegno alla dannata insonnia,
sei solo Ofelia dei giorni buoni.
 

Non cerca di scrivere delle ferite che prova, perché sembrerebbe sempre troppo vano, allora si volta a cercare la vita, quella che gli è stata portata via di straforo, preso di spalle e colpito alla nuca. Avrebbe voluto dire tanto, ma la voce gli muore lungo la schiena. E quella che una volta era la sua donna, pur sapendo e conoscendo, non riesce a reggersi sulle gambe, né a correre a riprendersela, perché la vacuità dei giorni che si susseguono sembrano lenire poco quel fastidio al limite della sopportazione. Una settimana fa, o appena un giorno, poco importa, avrebbe voluto urlarle contro o che il diavolo se lo portasse via prima di proferire verbo, ma dalla nuca veniva fuori solo sangue salato. Forse avrebbe voluto il silenzio dell'esserci, perchè poteva succedere ancora, ma spesso le parole hanno la sottigliezza del riso indiano e si sfarinano al sole di maggio.
Ora cerca di mettersi insieme, ma riesce solo a suturare le ferite superficiali quella più profonda lo porta a perdere troppo sangue, vorrebbe lasciarsi sulle ossa, vorrebbe liberarsi del peso dell'infamia, ma resta solo seduto sulla poltrona blu che pian piano diventa rossa, col fucile in braccio e aspetta che arrivi, forse spera. Qualcuno parla dei mesi a venire, ma di sentirsi dire sciocchezze sembra stanco, ciò che è tolto non torna, ciò che è altrove non passa nuovamente, e quella donna saprà da lontano della sua fine o di un inizio – mente perchè non gli rimane molto – sente i gradini scricchiolare, la ringhiera vacilla per il peso. Si trova dietro la porta e cerca di scardinarla, tra poco sarà dentro. Solo il tempo di puntare e sorridere.

Il primo passo lo concede l'ansia del perdono,
i successivi depongono uova di serpente a declamare
versetti in salamoia. Chiede una vita indietro,
un parlare ossidato e pieno di sorprese;
poi si rivolta fra le coperte insanguinate, le mani
scorticate dai sogni virulenti, dalle passioni
stordenti. Scalpella la sorpresa su ossa
calcificate, sui piedi con l'alluce valgo, e si lascia
scivolare nella perfetta morsa del dopo di me.

Le porgo una guancia, lei alza il braccio e colpisce
con gli occhi, con l'intenzione, con il diniego.
Chiamarmi per nome, dirsi arresa e vilipesa,
darmi le labbra e il fuoco non è concesso,
solo un marasma senza coda, una virtù svenduta,
un prendere le vertebre e smontarle al vento. Oggi.
Giorno di paga, compro la lentezza della lacrima
e lo sbattere delle ciglia, la perdita e l'acquisto.

Tiro indietro le unghie dalle carni tremule, 
trattengo il respiro fino oltre l'apnea, 
dipingo sciogliendo i colori negli occhi,
separo il cobalto dall'argento, il possibile
dall'insensato, i giorni dai secondi. 
E tu, che mi graviti nelle ossa, senza nome,
senza pensiero, senza sforzo. Dico 
che le mani fermano i battiti, strusciano 
su vetri in frantumi e sventrano 
una piccola goccia di me. Sfera e richiesta,
singulto e approvazione. Braccia di seno 
e sutura.

E ridate la lama di veltro scuro,
nascosta sotto il patibolo imbandito,
intonsa e opaca.
Dal giorno seguente ritornano i tamburi turchini
salvati dal vostro rogo,
mentre i giudici danzano sul giudizio
solenne e ilare;
siete voi che mi rendete sconcerto,
che solleticate l'istinto giovando
ai miei sogghigni, sfrego
i polpastrelli sul muro, senz'attesa.
Sono ciò che si dice un passeggero,
un dicitore scomposto e poco misericordioso.
Solo vociare che gracchia e poco gracida,
che si divincola nella speranza di guadagnarsi
un posto nell'altezza dell'attesa.

Solo oggi, mentre attendevo ad una fila immane di persone nell'attesa, frugavo fra le parole e cercavo col fiato corto di arrivare alla fine, di decidermi a finire le poche pagine e porre fine alla sua vita, alla sua biografia. Potrei dire tanto su Tina, nel corso della lettura me ne sono innamorato, l'ho vista spesso fra il biancore degli occhi, dopo aver fissato un secondo di troppo il sole, l'ho sentita farsi docile nella notte o combattere col ciclostile. Vorrei anticipare e lasciarmi commuovere dalle lacrime dei suoi giorni, non so bene il perché, credo sia una volontà fremente e premente nel voler dimostrare attraverso questa biografia come una donna sia stata al centro di una moltitudine di eventi, non artefice ma silente nel non poter dire. I giorni di oggi mi fanno un po' rabbia, l'ignavia del tempo che corre nell'attualità del fare spallucce.
Da un altro punto di vista il testo è scritto benissimo, temporalmente non lascia falle apparenti, scorre fra le parole e i pensieri di lei, le congetture; si respira soprattutto il suo fervore, la sua volontà. Molto interessante i passaggi fra i fatti veri e quelli che approdavano alla mondo, gli eventi accaduti e quelli camuffati. Non trovo negatività, persino la scelta delle foto è ben fatta!

Scardino la maniglia della stanza, come il resto delle mura ovattate, rastrello il corridoio ingombro di cartacce e pensieri, afferro la bici quasi del tutto saldata al mobile tardo anni ’60. Suonano i rintocchi delle dodici, con qualche scarto di minuti scivolerò fuori, vedrò un po’ di luce, abbraccerò un po’ di mondo ignaro. Se dovessi terminare proprio oggi sarebbe un bel guaio, non riuscire ad acquistare quelle poche cose che mi servono, qualche abito nuovo e dei dolci, ne vado matto, ma per fortuna tutto dipende da me, per cui posso guadagnare ancora del tempo.
Le strade sono intasate, dopotutto è un’ora questa piena di partenze e ritorni domestici, li vedo sfilare ignari, creduloni e sfaccendati. Prendo a parlare con me, mi capita di recente, e per non sentirmi folle mi rispondo con fermezza, decido il percorso zigzagando, così posso decidere dove stabilire le varie postazioni bomba.

to be continued…

Senza posa, mi sveglio nel cuore del buio, afferro la linguetta della fonte di luce e la scaravento per aria, quasi a regalarmi una notte stellata in frantumi cobalto. Non posso raccontare perchè ho troppe cose in testa, allora le raccolgo e pian piano le sviscero fuori, la pelle diventa scacchiera irrisolta, deprimente contenitore troppo saturo e senza marca d’attesa. Conto i pochi giorni rimasti nella speranza – ma ho abolito anche la provvidenza per la sua balordaggine – e rinserro la mani, nascondendole all’affanno e alla rabbia di una scelta; la stanza è immersa nella pagine, spazzo via quelle di troppo, letteralmente, mi ritrovo con montagne di carta nel corridoio. Lo sa già che per prendere la bici mi servirà un rastrello.

to be continued

A chi scrive, a chi legge, a chi incontra e a chi vorrebbe tutto il possibile, fateci un salto se potete

qui le info…
www.oronzomacondo.it/oronzomacondo/

Programma

Venerdì 02 ottobre

ore 15.00 – Registrazione
ore 16.00 – Apertura dei lavori a cura di Carlo Formenti
 
ore 16.30Letteratura e Nuovi Media – L’aspetto creativo e della comunicazione

  • Dario Voltolini: "Dal Principio: Nazione Indiana e i fuoriusciti"
  • Gianni Biondillo: "Memoria dal retrobottega"
  • Massimo Maugeri: "Letteratitudine: un incontro di voci"

Coordina Antonio Pascale

Interventi di Davide Borrelli, Girolamo De Michele, Francesco Dezio, Omar Di Monopoli, Elisabetta Liguori, Giulio Mozzi, Antonio Pascale, Livio Romano, Giorgio Vasta

ore 18.00coffee break

ore 19.30 – chiusura dei lavori
ore 21.00 – reading letterario presso il comune di Zollino
ore 22.00Francesco Negro Trio live presso Palazzo Raho – Zollino
 
Sabato 03 ottobre

ore 09.00 – Registrazione
ore 10.00Letteratura e nuovi media – L’aspetto creativo e della comunicazione

  • Girolamo De Michele: "Visione e presa del reale: romanzo, televisione, rappresentazione"
  • Giorgio Vasta: "Ritorno alla militanza?"
  • Antonio Pascale: "La manutenzione dello stile"

ore 13.00pausa pranzo

ore 15.00
Letteratura e nuovi media – Gli aspetti del mercato

  • Carlo Formenti: "Editoria, Web 2.0 e diritto d’autore"
  • Giulio Mozzi: "Vibrisselibri: luci e ombre di un’esperienza di editoria online"
  • Dario Voltolini: "Il primo amore: l’esperienza online diventa cartacea"

Interventi di Gianni Biondillo, Davide Borrelli, Girolamo De Michele, Francesco Dezio, Omar Di Monopoli, Elisabetta Liguori, Massimo Maugeri, Paolo Nori, Livio Romano, Michele Trecca

ore 16.30coffee break

ore 18.30
– presentazione dell’antologia di Books Brothers Frammenti di cose volgari, a cura di Michele Trecca
ore 20.30 – reading letterario presso il comune di Campi Salentina

ore 22.00Bermuda Acoustic Trio live presso ex Biblioteca Comunale – Campi Salentina

Domenica 04 ottobre

ore 10.00 – Incontro finale e chiusura lavori

ps. io ci sarò…
g

Un corpo dismesso dall’impeto della foga del fare,
diramato in mille pertugi, ricolmo di acredine per i giorni
che affondano in una via invisibile, per parole ignave&ignare.
Dopo l’estate canterina e cicaleccia, i nembi regalano ristoro
agli occhi rossi di chi si diverte a punzecchiare un morto,
a spogliarlo prima del passo ultimo,
prima dell’euridiceo sconforto; e so che sembra un lamento,
una pentola rotolante per le scale, un me diseredato del parlare.
Ora non chiedo più, prendo dove c’è da possedere,
imprimo il passaggio del pollice e riverso il fondo in luce.
E la scrittura non è di domenica, lento parlare a fiati traversi,
si fa corposa nell’incavo delle mani, tagliente sul dorso,
spigolosa sull’addome e senza attese.

gian

«La patafisica è la scienza delle soluzioni immaginarie, che accorda simbolicamente ai lineamenti le proprietà degli oggetti descritti per la loro virtualità».
Alfred Jarry.

Tempo fa m’imbattei in questo termine per puro caso, ero intento a scrivere una sorta di recensione – pubblicata sia su un giornale sia qui, post fa,(cappellaiomato.splinder.com/post/20554508/Cortaz%C3%A1r+e+il+vortice+di+sens) – sugli scritti di Julio Cortàzar. Ora mi si ripresenta per mezzo di un passa messaggio – i passaparola sono inflazionati dalla tecnologia e da quando Bonolis ha ammorbato le menti casalinghe con le sue valanghe di lemmi e culetti – utile per la verità, si sa ogni tanto ci si trova a corto di tesori da scovare o rispolverare. Ora cercando-scovando questo Alfred Jarry ho messo gli occhi su qualcosa di divertente…


da "Pedone investitore"

Articolo primo

Il permesso di circolazione del pedone potrà essere richiesto esclusivamente dai minori: bambini, donne e uomini che non abbiano ancora svolto il servizio militare.
È noto che quest’ultimo sia stato istituito principalmente per inculcare nell’uomo i primi rudimenti dell’andare a piedi.

Articolo secondo

Il pedone che abbia l’età richiesta o sia munito di regolare autorizzazione, provvisto dei regolamentari apparecchi di segnalazione sarà (ispirandosi alla legge che in Inghilterra regola la circolazione delle vetture prive di cavalli) preceduto, alla distanza di cinquanta passi, da un agente del Genio Civile, giurato, che agiterà una bandiera o un fanale rosso, e seguito, alla stessa distanza, da un agente di ronda che agiterà a sua volta freneticamente una bandiera o un fanale verde.

Articolo terzo

Il pedone in tenera età, per via del legittimo sospetto che sia propenso a velocità esagerate, sarà ammesso sulle strade, stanti le condizioni suddette, soltanto se tenuto al guinzaglio.

Articolo quarto

Una sola bandiera collettiva sarà sufficiente per i pedoni intruppati; tuttavia, poiché è necessario che la pubblica sicurezza non sia compromessa da una tolleranza tanto ampia, la truppa in questione dovrà essere preceduta da una musica rumorosa a sufficienza da essere udibile alla distanza di cinquecento metri: ciascun individuo, inoltre, dovrà essere munito di un segnalatore a detonazione.

A chi insulsamente gli chiedeva se, come autore, condividesse la visione del mondo dei suoi personaggi, David Foster Wallace rispondeva ironicamente che, se davvero lo avesse fatto, si sarebbe già da tempo tolto la vita. Non possiamo sapere se, in quella dichiarazione, fosse contenuta un’implicita previsione della propria morte, avvenuta il 12 settembre dell’anno scorso. Viene piuttosto da chiedersi: Qual è la visione del mondo dei personaggi di Wallace? E quale la sua visione del mondo? Un aureo libretto, uscito da poco negli Stati Uniti, può fornirci un aiuto prezioso per rispondere a queste domande. Si intitola This is water (Little, Brown and Co.). E Questa è l’acqua è anche il titolo della raccolta di racconti e scritti inediti che Einaudi manderà in libreria a metà settembre.
David Foster Wallace era nato a Ithaca, New York, nel 1962. È stato forse il più grande scrittore della sua (e della mia) generazione. Sicuramente il più filosofico, sia quando scrive racconti o romanzi (La scopa del sistema, Infinite jest, La ragazza dai capelli strani, Brevi interviste a uomini schifosi, Oblio) sia quando nei suoi saggi (Trigonometria, tennis, tv e altre cose divertenti che non farò mai più, Considera l’aragosta) spazia nei più disparati ambiti del sapere, dalla logica-matematica, di cui ha scritto un’appassionata introduzione (Di tutto, e di più), alla politica, dalla linguistica alla cucina alla biologia.

[leggi il resto...]

www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2009/08/David-Foster-Wallace-acqua-nuotiamo.shtml




Allungo i tentacoli nelle feritoie strette, dischiudo
occhi piccoli e agguerriti, praticanti l’assedio.
Sono racchiuso fra mura spesse, atte a contenere
la limpida lordura dei giorni trascorsi in pigrizia,

ossigenati nel cercare frescura e tattiche divergenti

da propinare al primo bardo folle e sconsiderato.
Non chiamarmi mentore, se sono un detrattore
del me fabulante, se commissiono speranze a fabbricanti
disattenti. Ora, nei giorni di tramontana,
attendo il ritorno del volatile e del messaggio.
Avrà parole spremute in fondo al sacco, fili di tungsteno
avvolti sul becco e ali di cera a cercare il sogno.

gian





"Battaglione, avanti!" urlò il colonnello in carica. Da una fessura nel terreno, coperta da foglie e terra, sbucarono fuori circa novecento formiche rosse e fiere come poche, pronte all’inevitabile scontro, tutte ben suddivise in compagnie. In lontananza una sentinella aveva avvistato un enorme polverone, qualcuno attaccava la colonia, seguì l’allarme e il posizionamento. Ora non rimaneva che aspettare.

Fu un attimo, poi il silenzio. Il cielo divenne rosso e buio allo stesso tempo. Il suolo s’apriva divorando. Era la fine. Immagine dal web

Un enorme essere incappucciato e rosso, con lunghe corde bionde pendenti dalla testa, ero sbucato fuori da una staccionata, saltava e giocava, incurante dello sterminio. Subito dopo una voce adulta di donna richiamava l’attenzione dell’essere: "Cappuccetto è ora di andare dalla nonna!". La bambina, con la sua mantellina rossa, entrò in casa, prese il cestino con le vivande per la nonna, ascoltò le raccomandazioni della madre e partì. Passando vicino alla staccionata, si fermò un attimo, guardò tutte quelle formiche morte e se ne partì alzando le spalle, legando il suo cappuccio rosso alla testolina.

Ci sono momenti d’estate in cui lo scopo ultimo della tua esistenza è una Lemonsoda. Con 40 gradi all’ombra potresti prostituirti per un cubetto di ghiaccio, chi se ne fotte. Perché, vedete, ci sono questi momenti d’estate in cui ti trascini al baretto vicino alla redazione come un maratoneta all’ultima curva. Sai già che ti ci vorranno 124 passi per
guadagnare la faccia facciosa di Claudio, il tuo barista soprappeso. Allora esci e cominci a contare i passi. Ti rincuora solo il fatto che siano 124 e non 100, che come è noto è tutta un’altra storia. Ma già al 52imo passo ti prendono come delle visioni, ti sembra di vedere Beppe Grillo vestito da Nilde Iotti che sferruzza un maglione a D’Alema.
Al 98imo passo – con la pressione sotto il livello del mare – sei in preda a delle allucinazioni iettatorie: Nanni Moretti che gira un altro documentario su Berlusconi. Come se non fossero bastati i caimani e quei girotondi gremiti da chi il voto già non glielo dava al Cavaliere. Uh, mamma mia, ti prende paura, straripa il sudore, il partito è solo un participio passato, scuoti la testa, saranno mai questi i novelli tribuni della plebe? E quale plebe c’era ai girotondi? Quale plebe si butta a sinistra oggi? Cerchi di allungare il passo ma non ci riesci. Lo striscione del
traguardo, quello con su scritto “Er Baretto”, ti si para lontano, sfocato. Un cazzo di miraggio. Pensi che ti ci vorrà un’ora buona per mettere la lingua al fresco. Chissene, la tua è un’idea fissa, vuoi laurearti al baretto di Claudio con il massimo dei bicchieri. Non chiedi altro, ma che scherziamo? ‘Fanculo alle allucinazioni…
Dai, che mancano solo 20 passi! Mentre l’asfalto ti s’incolla alle suole, tu continui un po’ zigzagante e ti dici che è ncora l’ora del desiderio. Acqua, bibite, lacrime, saliva. Ah, ‘u suli, u’ mari! All’improvviso il sudore in piena faccia è l’acqua salata dello Ionio. Sole, mare, zagare: magari me ne scendo a mare st’estate. T’impressioni al ricordo della tua Sicilia intera, del tuo background di lotofago e a passi lenti ti cominci a rilassare pensando a buone notizie. Beh, le hai lette, no? Indubbiamente sono buone notizie, in fin dei conti Tremonti è un bravo Cristo, andiamo. Pensi ai inanziamenti per le infrastrutture in Sicilia e Calabria, al governo che stanzia 250 milioni per le metropolitane di Messina e Palermo, ad altri bei soldini per la disgraziata ferrovia Circumetnea e per la statale Agrigento-Caltanissetta. Pensi agli 84 milioni previsti per il sistema di attracchi al porto di Villa San Giovanni, ai 265 milioni per la statale jonica Sibari-Roseto, ai 12 per la tangenziale di Reggio Calabria. Buone notizie, davvero, non c’è che dire. Così barcolli gli ultimi passi con un filo di ottimismo stampato in faccia…
E finalmente entri al baretto col sorriso di George Clooney ma lo slancio di Giuliano Ferrara, ti tiene in vita soltanto il pensiero della Lemonsoda, sei letteralmente distrutto. Il rumore delle stoviglie, il vociare, il tintinnio delle suonerie, sono lontani, quasi impercettibili, stai a vedere che ti prende un collasso. L’unica cosa che ti è chiara è che Claudio ti salverà, sei sicuro. Appena lo vedi, sgrani gli occhi per metterlo a fuoco, lo senti appena. Lo fissi e cerchi di leggergli
le labbra nello stordimento che ti si straporta. La sua voce è come rallentata, grottesca, flaccida e ti dice piano piano: “Ah bello, guarda che nun è vero niente. Nun è vero che ce stanno tutti ‘sti sordi p’a Sicilia e ‘a Calabria. Ma che, c’hai creduto davero? Bello mio, guardame bene, stamme a senti’: c’è ‘sta crisi, dovemo aboli’ l’Ici, ma quali finanziamenti, quali infrastrutture der piffero? Niente, nisba! Tutti i sordi ce servono pe’ ‘r Ponte su lo Stretto ma che nun ce lo sai, professo’? Lascia perde’ ‘e strade, l’acqua potabile, ‘e case nove, ‘a lotta alla mafia. Ce servono 5 miliardi de euri pe’ fa’ er Ponteee, me stai a senti’? Basta aspetta’ il 2016 e ce porto mi’ fija a far’ er
bagnetto laggiù, capito?”. Non trovi le parole, Claudio ti sembra doppiato da Aldo Fabrizi e soprattutto non sai cosa caspita stia succedendo. Di certo non sei lucido, sarà un’altra allucinazione. D’altra parte, la tua replica ti si strozza nella gola secca e trovi appena la forza per chiedergli:
“Sì, sì, ma ce l’hai una Lemonsoda?”
- certo!
”Ah, Dio, ti ringrazio. Claudio mio, ti voglio bene. Tu pensa che sono talmente assetato che per un momento mi è sembrato di sentirti d…”
- ma è calda…
”Claudie’, non scherziamo, eh? Dai, un po’ di ghiaccio ce l’avrai, no?”
- è finito…
”Vabbè, dammi qualcosa di fresco, ‘na cosa qualsiasi”
- Nisbaaa, m’è tornata la luce dieci minuti fa. Che te devo fa’, bello, mica è colpa mia!
“Allora dammi un bicchiere d’acqua fresca del rubinetto”
- e te pare facile? Ce vole pazienza, farla scorre’…

Come annichilito, stramazzi su una sedia del baretto, muto, sopraffatto, con la camicia che ormai è un sudario e convinto più che mai che il Ponte sullo Stretto sia un’idea di Claudio d’er Baretto da Roma, diciannovesima circoscrizione. Non ci sono dubbi. Hai lo sguardo fisso per terra, ti stropicci gli occhi e non tieni capa e muscoli per fare domande. Per un momento ti dimentichi della Lemonsoda.
E in quel momento, in quel misero momento che annulla tutti gli altri momenti passati, in quel miserabile momento, non dovesse mai più tornare nella tua vita assetata, e rimanesse tale solo per quello stesso attimo, in quel momento ti senti un terrorista e auguri alla Lemonsoda una carriera da molotov.
(Gianluca Bassi)

www.storie.it/newsletter.htm

I secondi di questi giorni sono tinti di rosso vermiglio, agglomerati urbani di opinioni e sfide all’assurdo. L’io che descrivo, immerso in pagine di discorsi, ha la vacuità dell’irresoluto, ma vegeta e per questo ammansisce gli animi. Rendere libero lo stomaco, lasciando l’inguine sguaiato e maestro, questo l’imperativo dei prossimi piccoli tempi; affinché ritrovi un po’ di tutto sparso fra le pagine assopite e stanche.

scopritelo!

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