Crea sito
 
 "Non c'è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al posto giusto"

Venerdì, di un qualsiasi giorno dei seguenti, non sento
quel richiamo di luci e ombre, quel respiro sull'iride.
Mi chiedi la ragione dell'andare per le stanze, dico 
che la situazione nazionale mi impensierisce, ma sei tu
che non vedi oltre, oltre la parola atta a coprire i risvolti;
lacerante e latente, altezzosa e irriverente. Segno, 
misura di un partire che non conosci, di un amare
che non ti rispecchia e di un dolore che accomuna le mani.

Passeranno i giorni, mi dico, forse anche le stagioni, 
e metterò un passo avanti all'altro, edificare sui sassi.
Poi mi darai gli occhi e capirò che non c'è nulla
che sono stato cieco ed indovino; i polpastrelli
si scioglieranno nel sangue raffermo, acido 
d'intenzione. Alba del giorno dopo, game over.

Gian m.

Caro nonno, che di me nipote
più non ti ricordi (sono
venuto al mondo dopo il Trentaquattro),
che mi dici figliolo o pressappoco
nel tuo scuro farnètico e gli sbagli, e
parli appena di trincee e di fuoco.

Ecco – la vedi? – questa è la trapunta,
così si chiama, e adesso fa' attenzione
a come la federa s'apre e s'infila. O ancora
tu t'imbuchi là a Nervesa (la battaglia
sotto le troppo sue bombe) o a Doberdò
nel fumo stranita e caduta?

Di tanto si è ritratta la tua vita
tutta in un puntino, per fare resistenza:
che difesa scarnita in questo tempo
sempre di ghiacci, di afflitti letarghi;
ma tu, di certo, hai cominciato nello stento
un'altra specie di combattimento
da qualche spelata dolina…

E il colloquio è finito, radunare gli straccetti.

Tiziano Rossi

Passai la notte a contarmi le lettere recise sulla lingua,
in silenzio perdetti la corda che mi teneva in piedi
e nel dirmi uomo la consonante cambiò uscita.

category: Senza categoria
tags:

Varna, 1952

Non è un cuore, perdio, è un sandalo di pelle di bufalo
che cammina, incessantemente, cammina
senza lacerarsi
va avanti
su sentieri pietrosi.

Una barca passa davanti a Varna
"Ohilà, figli d'argento del Mar Nero!"
una barca scivola verso il Bosforo
Nazim dolcemente carezza la barca
e si brucia le mani

N. H.

Aggrotta le ciglia e mangia le coperte,
fino al limite, sacco a pelo improvvisato,
insensato per la comodità del letto lì, poi
sanguina dalle mani e gli occhi le irridono.
Si lascia scivolare lungo le pendici
della vasca, sorride mentre incide,
la guardo immobile con l'ago piantato
fra l'aorta e l'intenzione, avrebbe detto il poeta.
Ben poco, poi mi si scioglie lungo l'iride
e diventa ricordo, calura di un giorno di giugno.
Il risveglio sarà di lacrime ed erba cipollina.

category: Senza categoria
tags:

Non c’è altra parola. Perché proprio quello è stata. Una pacchia.
Una pacchia, questi ultimi dieci anni.
Vivo, sobrio, ha lavorato, ha amato,
riamato, una brava donna. Undici anni
fa gli avevano detto che aveva solo sei mesi da vivere
se continuava così. E non poteva che
peggiorare. Così cambiò vita,
in qualche modo. Smise di bere! E per il resto?
Dopo, fu tutta una pacchia, ogni minuto,
fino a quando e anche quando gli dissero che,
be’, c’era qualcosa che non andava e qualcosa
che gli cresceva dentro la testa. “Non piangete per me”,
disse ai suoi amici. “Sono un uomo fortunato.
Ho campato dieci anni di più di quanto io o chiunque altro
si aspettasse. Una vera pacchia. Non ve lo scordate”.

R. Carver

Un blu senza rimedio, un cielo terso tra le nuvole degli occhi,
immerso nella bambagia dei giorni teneri al tatto e al respiro; 
inconsapevole alle lotte intestine delle mie sinapsi affaticate.
E non posso evitare la domanda, che mi porge l'altro,
non posso chiederti di rimanere nelle ore della notte.
Decido-recido, ammucchio e scortico fino all'utile.
Sfrondo le pagine dei libri come antiquario maldestro
e attendo le giravolte della pancia, del dirti comune 
al resto del mondo che s'ostina nelle domande sbagliate.
Poi guardo fra gli articoli, nei servizi in tv, e m'accorgo
d'essere fuori luogo, fuori moda, fuori e dentro 
alle parole che mi calcificano le dita fino al freddo.
Non chiedere, edifica i giorni belli come rifugio e ritorno.

category: Senza categoria
tags: ,

Non giunge il respiro ovattato

al tuo piede impervio, alle narici
lasci il ricordo, alberga la mancanza.
Chiedi alle mani, chiedi alle parole,
chiedi alle vene imbizzarrite.
La nebbia leggera cade dal tuo viso,
cade lasciando scoperta
la cicatrice che ti feci;
chiedi il calore dei tuoi occhi, ora,
ma penso ai tuoi fianchi freschi
alla prontezza del richiamo, ai baci
che non mi concedi; odio il tuo diniego,
adoro il gioco e m'offende l'attesa.
Anche ora la tua voce giunge tagliente
a recidere l'intenzione, mattanza di me
e sostegno alla dannata insonnia,
sei solo Ofelia dei giorni buoni.
 
category: Senza categoria
tags: ,

Chiesero le mani e un rastrello
a dissotterrare la parata delle vanità;
eccoli a districarsi tra i rovi
e le fanfare, tra i sorrisi e l’altare.
Altrove le braccia inneggiano
alle viti, alle colture, alla società
operosa e operante, nascosta e svilita
dai sorrisi plastici di un presente
menzognero, intrigante e meneghino.
[...]

Gian

category: Senza categoria
tags:

Affrettati a fissarti dentro di me
se il tuo viso ti importa, e il tuo capello.
Tu non sai che pericolo, che galoppo di mare
a rovescio corre ad annegarti.
Ogni paesaggio, ogni nuovo viso
è una sgubbia che incide le tue guance, ogni nome
cade sopra il tuo nome dorme un’aquila morta.
Sei l’annegata della Senna, come salvarti
sei le donne di Picasso che ti corrodono con liquide carezze
e al mattino ti penso e sei un’altra
anche se inseguo assetato il tuo viso
nei cassetti cercandoti e in ritratti
abbandonato a una piccola, inutile
notte di pioggia fra queste mie mani.
Non ti lasciar distruggere,
non cedermi questa vittora facile!
Io lotto come un albero,
però tu sei l’uccello lassù in cima: che posso fargli,
al vento che mi ruba il tuo canto se tu gli dai le ali!

J. C.

category: Senza categoria
tags:

Non darmi tregua, non perdonarmi mai
Pestami a sangue, che ogni cosa crudele sia tu che
ritorni.
Non lasciarmi dormire, non darmi pace !
Allora otterrò il mio regno,
nascerò lentamente.
Non smarrirmi come un motivetto facile, non essere carezza ne
guanto;
Intagliami come una selce, fammi disperare.
Difendi il tuo amore umano, il tuo sorriso, i tuoi capelli. Donali.
Vieni a me con la tua collera secca di fosforo e squame.
Grida. Vomitami sabbia in bocca, rompimi le fauci.
Non mi importa ignorarti in pieno giorno,
sapere che giochi faccia al sole, a viso aperto.
Condividilo.

Io ti chiedo la cerimonia crudele del taglio,
quello che nessuno ti chiede: le spine
fino all’osso. Strappami questo volto infame,
obbligami a gridare finalmente il mio vero nome.

Non so dire la sorpresa a questi versi di un autore che amo.

Il primo passo lo concede l'ansia del perdono,
i successivi depongono uova di serpente a declamare
versetti in salamoia. Chiede una vita indietro,
un parlare ossidato e pieno di sorprese;
poi si rivolta fra le coperte insanguinate, le mani
scorticate dai sogni virulenti, dalle passioni
stordenti. Scalpella la sorpresa su ossa
calcificate, sui piedi con l'alluce valgo, e si lascia
scivolare nella perfetta morsa del dopo di me.

Le porgo una guancia, lei alza il braccio e colpisce
con gli occhi, con l'intenzione, con il diniego.
Chiamarmi per nome, dirsi arresa e vilipesa,
darmi le labbra e il fuoco non è concesso,
solo un marasma senza coda, una virtù svenduta,
un prendere le vertebre e smontarle al vento. Oggi.
Giorno di paga, compro la lentezza della lacrima
e lo sbattere delle ciglia, la perdita e l'acquisto.

CANCELLATA

Il giorno in cui morirò, la notizia
seguirà le solite procedure,
da un ufficio all’altro con precisione
dentro ogni registro verrò cercata.

E là molto lontano, in un paesino
che sta dormendo al sole su in montagna,
sopra il mio nome, in un vecchio registro,
mano che ignoro traccerà una riga.

(da Languidezza, 1920)

 

Tiro indietro le unghie dalle carni tremule, 
trattengo il respiro fino oltre l'apnea, 
dipingo sciogliendo i colori negli occhi,
separo il cobalto dall'argento, il possibile
dall'insensato, i giorni dai secondi. 
E tu, che mi graviti nelle ossa, senza nome,
senza pensiero, senza sforzo. Dico 
che le mani fermano i battiti, strusciano 
su vetri in frantumi e sventrano 
una piccola goccia di me. Sfera e richiesta,
singulto e approvazione. Braccia di seno 
e sutura.

Scortico la parole anchilosate, le stendo sui rostri,
sulle pareti bianchicce, si confondono sulle lenzuola
sventolanti la miseria, la delicata dolcezza dei miei occhi.
Mentre divampo, tu guardi le mie suole scendere furiose
le scale scalcinate, non dici e afferri, mi lasci lungo
il cornicione, leghi il saluto al fazzoletto spostato dal vento,
e per strada, la scolaresca mi sollecita al riso
per l'abito sdrucito, per la foga del discendere,
per le braccia nel parlare ossuto. Salpo,
piroga e fiume, matita su quaderno giallo,
su pelle scura. Mani di velluto attorno all'arsura.

E ridate la lama di veltro scuro,
nascosta sotto il patibolo imbandito,
intonsa e opaca.
Dal giorno seguente ritornano i tamburi turchini
salvati dal vostro rogo,
mentre i giudici danzano sul giudizio
solenne e ilare;
siete voi che mi rendete sconcerto,
che solleticate l'istinto giovando
ai miei sogghigni, sfrego
i polpastrelli sul muro, senz'attesa.
Sono ciò che si dice un passeggero,
un dicitore scomposto e poco misericordioso.
Solo vociare che gracchia e poco gracida,
che si divincola nella speranza di guadagnarsi
un posto nell'altezza dell'attesa.

E di una calma mascherata nel discernere le stagioni,
macerato nell'arrembaggio della Luna; avvinto,
come per le situazioni del quotidiano, che affondano
nella dichiarazione di una resa senza cocci e whisky.
Le ore trasmettono lettere decadute dal piedistallo
di un senso possibile, si edificano in piccolo, accovacciate
fra le cosce della donna del momento, fra le natiche
di una sillaba dormiente. Guardo mia madre e afferro
le volute dei suoi sorrisi, le mani accaldate per i troppi
abbracci sparsi per aria, rivolgo agli occhi del vicino
le offese che dichiaro di non voler tenere avvinte a me.
Mutando nel confronto col lavoro inattuale e instabile,
chiedendo per un dopo che ha sapore di fragola
e pepe; sollevo lo sguardo per l'albeggiare di alcune 
paroline sepolte dalla selezione naturale delle pentole
nel comò. Sorrido, le riconosco, le nascosi per tempo,
ora salve risuonano nell'orecchio e non solo mio.

Un giorno s'accovaccia al precedente,
si nasconde dietro le spighe che tardano a venire,
come le nespole che s'arrischiano in gruppo.
Dispiego il seminato lungo la fessura delle zolle
seguo la scia dell'allodola, rileggo il bestiario,
disegno col dito fra il fumo del tabacco e l'ansia.
Apro tutti i cassetti che mi porto dietro,
impegno le mie ore per edificarti uno spazio,
un divampo di lucciole che provino che ci sei.
Non chiedo, non intimo e non pretendo,
tutte concordi nell'elargire granelli d'attesa,
nel lasciar cadere rantoli di una voce
che non basta a calmare una sete, a cucire
le cicatrici inferte alle labbra per le troppe parole.

 



Cerco fra le spighe quella ruga e quel sorriso,
la sciabordante altalena dei giorni lasciati a marcire,
dei giochi posseduti per finta e delle mani avare,
un po' ignare dei serpeggiamenti delle ore
di quelle accalorate o inumidite dallo scirocco ostinato.
Un solo filo sottende e rifugge dai vetri sottili,
dalle risate della camera appresso e dal torpore
delle mie ultime notti, e non è attesa, è irrequitezza
catturata da una pretesa fastidiosa nel sapere e dire,
nell'avere fra le carni quel qualcuno, i due occhi
di cielo scuro, intrisi nell'ebano e invischiati di me.
Potrei obbedire oltremisura alla volontà organizzatrice
delirante per le ore in notturna, in fierezza erudita,
ma il ritorno alle coltri ovattate della lettiga,
darebbe la secchezza dell'esser solo, la lucidità
di un partire senza visuali. Catturato da un sacrificio
oltremisura, inscritto e diviso in acqueforti,
cedo il passo rincappucciando il fervore.

gian

Create blog