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 "Non c'è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al posto giusto"

Caro nonno, che di me nipote
più non ti ricordi (sono
venuto al mondo dopo il Trentaquattro),
che mi dici figliolo o pressappoco
nel tuo scuro farnètico e gli sbagli, e
parli appena di trincee e di fuoco.

Ecco – la vedi? – questa è la trapunta,
così si chiama, e adesso fa' attenzione
a come la federa s'apre e s'infila. O ancora
tu t'imbuchi là a Nervesa (la battaglia
sotto le troppo sue bombe) o a Doberdò
nel fumo stranita e caduta?

Di tanto si è ritratta la tua vita
tutta in un puntino, per fare resistenza:
che difesa scarnita in questo tempo
sempre di ghiacci, di afflitti letarghi;
ma tu, di certo, hai cominciato nello stento
un'altra specie di combattimento
da qualche spelata dolina…

E il colloquio è finito, radunare gli straccetti.

Tiziano Rossi

Aggrotta le ciglia e mangia le coperte,
fino al limite, sacco a pelo improvvisato,
insensato per la comodità del letto lì, poi
sanguina dalle mani e gli occhi le irridono.
Si lascia scivolare lungo le pendici
della vasca, sorride mentre incide,
la guardo immobile con l'ago piantato
fra l'aorta e l'intenzione, avrebbe detto il poeta.
Ben poco, poi mi si scioglie lungo l'iride
e diventa ricordo, calura di un giorno di giugno.
Il risveglio sarà di lacrime ed erba cipollina.

CANCELLATA

Il giorno in cui morirò, la notizia
seguirà le solite procedure,
da un ufficio all’altro con precisione
dentro ogni registro verrò cercata.

E là molto lontano, in un paesino
che sta dormendo al sole su in montagna,
sopra il mio nome, in un vecchio registro,
mano che ignoro traccerà una riga.

(da Languidezza, 1920)

 

Tiro indietro le unghie dalle carni tremule, 
trattengo il respiro fino oltre l'apnea, 
dipingo sciogliendo i colori negli occhi,
separo il cobalto dall'argento, il possibile
dall'insensato, i giorni dai secondi. 
E tu, che mi graviti nelle ossa, senza nome,
senza pensiero, senza sforzo. Dico 
che le mani fermano i battiti, strusciano 
su vetri in frantumi e sventrano 
una piccola goccia di me. Sfera e richiesta,
singulto e approvazione. Braccia di seno 
e sutura.

Un giorno s'accovaccia al precedente,
si nasconde dietro le spighe che tardano a venire,
come le nespole che s'arrischiano in gruppo.
Dispiego il seminato lungo la fessura delle zolle
seguo la scia dell'allodola, rileggo il bestiario,
disegno col dito fra il fumo del tabacco e l'ansia.
Apro tutti i cassetti che mi porto dietro,
impegno le mie ore per edificarti uno spazio,
un divampo di lucciole che provino che ci sei.
Non chiedo, non intimo e non pretendo,
tutte concordi nell'elargire granelli d'attesa,
nel lasciar cadere rantoli di una voce
che non basta a calmare una sete, a cucire
le cicatrici inferte alle labbra per le troppe parole.

 


02/01/2010 – “CONCERTO DI MUSICA”

L’ultimo concerto dell’undicesima rassegna dell’Alba dei Popoli prevede l’esibizione di Goran Bregovic, che si esibirà con la sua band.
Luogo del concerto: Lungomare degli Eroi – ore 20.00
Otranto.

…se passate, se ci sarete o se vorreste esserci

Un corpo dismesso dall’impeto della foga del fare,
diramato in mille pertugi, ricolmo di acredine per i giorni
che affondano in una via invisibile, per parole ignave&ignare.
Dopo l’estate canterina e cicaleccia, i nembi regalano ristoro
agli occhi rossi di chi si diverte a punzecchiare un morto,
a spogliarlo prima del passo ultimo,
prima dell’euridiceo sconforto; e so che sembra un lamento,
una pentola rotolante per le scale, un me diseredato del parlare.
Ora non chiedo più, prendo dove c’è da possedere,
imprimo il passaggio del pollice e riverso il fondo in luce.
E la scrittura non è di domenica, lento parlare a fiati traversi,
si fa corposa nell’incavo delle mani, tagliente sul dorso,
spigolosa sull’addome e senza attese.

gian





"Battaglione, avanti!" urlò il colonnello in carica. Da una fessura nel terreno, coperta da foglie e terra, sbucarono fuori circa novecento formiche rosse e fiere come poche, pronte all’inevitabile scontro, tutte ben suddivise in compagnie. In lontananza una sentinella aveva avvistato un enorme polverone, qualcuno attaccava la colonia, seguì l’allarme e il posizionamento. Ora non rimaneva che aspettare.

Fu un attimo, poi il silenzio. Il cielo divenne rosso e buio allo stesso tempo. Il suolo s’apriva divorando. Era la fine. Immagine dal web

Un enorme essere incappucciato e rosso, con lunghe corde bionde pendenti dalla testa, ero sbucato fuori da una staccionata, saltava e giocava, incurante dello sterminio. Subito dopo una voce adulta di donna richiamava l’attenzione dell’essere: "Cappuccetto è ora di andare dalla nonna!". La bambina, con la sua mantellina rossa, entrò in casa, prese il cestino con le vivande per la nonna, ascoltò le raccomandazioni della madre e partì. Passando vicino alla staccionata, si fermò un attimo, guardò tutte quelle formiche morte e se ne partì alzando le spalle, legando il suo cappuccio rosso alla testolina.

I secondi di questi giorni sono tinti di rosso vermiglio, agglomerati urbani di opinioni e sfide all’assurdo. L’io che descrivo, immerso in pagine di discorsi, ha la vacuità dell’irresoluto, ma vegeta e per questo ammansisce gli animi. Rendere libero lo stomaco, lasciando l’inguine sguaiato e maestro, questo l’imperativo dei prossimi piccoli tempi; affinché ritrovi un po’ di tutto sparso fra le pagine assopite e stanche.

scopritelo!

Il decalogo – e non so se sia effettivamente tale – del bravo scrittore, e immagino sia lo stesso per il poeta, prevede la scrittura solo ad emozione domata, e sono concorde con ciò, ma sarà poi sempre possibile? Il sangue ancora caldo imbizzarrisce i polpastrelli, divide il cuore nelle pulsazioni delle dita, ammorbidisce e rilassa dopo lo sforzo del lascito su carta, macchiando di sé – o d’altrui – la tavola imbandita di parole.
Non è confessione, non è soliloquio, non è assenza, semplicemente non è.
La realtà chiede costantemente d’essere mutata, camuffata, derelitta come si trova ora, luccicante ma di lucciole, debordante di attese e frammista a quella provvidenza senza senso che si discioglie nel latte materno.
Io sono ridotto un po’ pelle e parole, ho squartato l’addome perché credevo d’aver trovato un varco, e continuo a non sapere dove vanno a finire i fremiti di lotta, non so darmi pace dei sentieri che si biforcano (come diceva il buon Calvino) lasciando con un palmo di naso, con un coltello spuntante da un occhio.

Idem e ipse, null’altro forse, fuori luogo nel percorso.


gian

Attilio Del Giudice

 

UNA STORIA ANTICA
  

 

 

Pioveva ininterrottamente da quarantott’ore. Tommaso si sentiva l’umido nelle ossa. Fascine nella grotta ce n’erano per accendere un fuoco, ma il fumo si sarebbe visto. La vecchia aveva detto che il paese era infestato da carabinieri. Tommaso guardò nella scarpata, sperando di vedere la vecchia che gli portava formaggio di capra e pane di granturco. Gli restavano poche sigarette e poche speranze. L’idea, però, di finire i suoi giorni in galera gli sembrava inconcepibile. A vent’anni, Cristo!

“Puortm’ na bardascia!” aveva detto alla vecchia. “T’ dong’ trenta lire”.

“Vidi comme e’ a fa’ a sbruglia’ sta matassa, p’ i puttane c’ sta tiempo. E poi trenta lire so’ poche”.

“Tu puortamenne una bbona e poi vedimmo”.

Per salire fino alla grotta c’era un tratturo allo scoperto, sotto tiro, e lui ne avrebbe potuto far fuori cinque o sei tranquillamente, prima d’arrendersi. Solo la vecchia conosceva il nascondiglio e finché pagava quel po’ di roba a suon di bigliettoni si poteva fidare.

Accese una sigaretta. Aveva smesso di piovere. In fondo alla vallata, tra la nuvolaglia livida, s’era insinuata una sciabolata di luce, che scendeva traversa fino al fiume e alla vecchia locanda di donn’Amalia. Lì, davanti al fuoco, aveva fatto l’amore l’ultima volta. Caterinella, la serva di Amalia, che era diventata muta da quando un fulmine le aveva ucciso il padre sotto gli occhi, per la verità, all’amore ci pensava sempre, notte e giorno, ma quando Tommaso glielo mostrò, turgido e rosso come un coniglio scuoiato, prese paura e si coprì il volto con le mani.

“Guarda che bellezza!” disse Tommaso. “Chisto t’ fa turna’ ‘a parola”. Lei si arrese subito.

Ripensando a quel corpo tenero e caldo, gli salì la rabbia. “L’ergastolo? Mai! Che mi venissero a prendere!” Sentì i tocchi della campana di San Sebastiano. La messa delle otto. Si ricordò che era domenica. Pensò a quel bastardo di don Mauriello. Quella canaglia! Saggese sì che era un prete! Un santo. Gli venne in mente di quando era bambino e vestito da chierichetto serviva messa. “Devi studiare!” gli diceva il prete. “Sei intelligente e puoi diventare avvocato”.

Un pomeriggio d’agosto, nella controra, s’era addormentato nella sacrestia. Il parroco lo svegliò accarezzandogli i ricci. “Ti devi confessare, Tommasino!” disse.

“Perché che ho fatto?”

“Hai commesso atti impuri, ti sei toccato”.

Tommasino sgranò gli occhi e avvampò. “Io? No, non è vero!”

“Allora vediamo se anche il pipiriniello dice bugie”. E dolcemente gli sbottonò i pantaloncini.

Ma, a parte questo, Saggese era un brav’uomo. Quando morì, i paesani piangevano lagrime vere. Don Mauriello no! Don Mauriello era una serpe e quella soffiata gliela avrebbe fatta pagare col sangue. Ogni volta che si prefigurava la vendetta, gli si gonfiava una vena sulla fronte e si immaginava una scena diversa. Stavolta s’immaginò di comparire davanti al prete, mentre cenava, dopo il vespro, durante il mese mariano, con la carabina, e con gli occhi fiammeggianti come l’angelo sterminatore. Erminia, la comarella, si sarebbe messa a strepitare, ma lui l’avrebbe azzittita: “Chiuri chella vocca mpstata, zoccola, si no t’ sparo into all’uocchie!”

Li avrebbe costretti a denudarsi, li avrebbe messi l’uno sull’altro e, in questa positura di vergogna, li avrebbe freddati.

S’era alzato un vento di tramontana che rapidamente spingeva il sudicio lenzuolo delle nubi verso il mare. Le gocce di pioggia sulle foglie degli ulivi sembravano minuscole lampadine trepidanti. Finalmente scorse la vecchia che arrancava aiutandosi con un bastone. L’affiancava una giovane imbacuccata in uno scialle nero. Gli sembrò alta e robusta. Pregustò il piacere, ma, riflettendo sui rischi, ora che l’aria s’era schiarita, pensò che fosse costretto a non abbandonare la guardia. La giovane si fermò a una trentina di metri, la vecchia invece, affannando, salì fino all’imboccatura della grotta.

“T’ aggio purtato ‘a guagliona, come avevi ordinato. È bbona assai e ti darà soddisfazione”.

“No!” disse Tommaso. “Mo, nun è cosa. Puortamella stasera, quanno fa scuro!”

La vecchia restò perplessa. “Non si compra la gatta nel sacco!” Poi, con una smorfia laida da ruffiana, che voleva essere un sorrisetto, aggiunse: “Nun ‘a vuo’ sentì quanto è tosta? Nun t’ a vuo’ primma manià nu poco?” Si girò e chiamò la ragazza: “Marì, vien’ annanz, fatti vede’!”

Maria non si mosse e pudicamente abbassò lo sguardo. Tommaso se lo sentì farsi grosso e premere violentemente contro la stoffa ruvida delle brache. Guardò il petto della ragazza. “Maronna, che zizze!” pensò. “E chi c’ a fa’ a aspetta’ fino a stasera. Mo ‘a metto alla pecorina e m’a chiavo senza perdere tiempo”. Appoggiò la carabina a un albero e si avvicinò a Maria. “A qualu paese vieni?”

Ma il petto generoso della giovane erano giornali e stracci appallottati, infatti la giovane era un giovane e, precisamente, l’appuntato Carmine Gargiulo, che con coraggio si era prestato alla trappola. Gargiulo fece scivolare lo scialle e mostrò, per intero, la sua faccia di uomo risoluto, ma, soprattutto, mostrò la beretta d’ordinanza puntata dritta al petto del bandito.

“Un solo passo, Caputo, e sei spacciato!”

Caputo digrignò i denti come un lupo, ma restò fermo, pietrificato dalla sorpresa. “T’aggia scannà cu e mane meie!” disse alla vecchia.

Sbucarono il maresciallo e altri armati. Lo ammanettarono in un baleno. “Meglio così, Caputo”, disse il maresciallo, “meglio così! Senza spargimento di sangue. Avrai un regolare processo”.

Accusato di dodici stupri (tra i quali uno perpetrato ai danni di una vedova quarantenne, che, però, entusiasta di una triplice mirabile prestazione, gli aveva regalato il vestito blu, quasi nuovo, del marito, buon’anima, e che poi, chissà perché, si unì al coro delle vittime), diverse rapine a mano armata e un paio di omicidi, Caputo prese l’ergastolo. La spiata non l’aveva fatta don Mauriello. A denunciarlo era stata la madre. “Preferisco saperlo in galera, piuttosto che ammazzato come un cane senza sacramenti. Tommasino un giorno si pentirà e chiederà perdono a nostro Signore Gesù Cristo”.

Non sappiamo se Tommasino abbia chiesto perdono a nostro Signore Gesù Cristo. Di certo si sa che, alla fine della seconda guerra mondiale, un convoglio di quattro guardie che scortava il detenuto per un trasferimento, fu attaccato da un commando di tedeschi in ritirata, presso Santa Maria Capua Vetere. Caputo approfittò della circostanza, si finse morto, poi, lasciando sul posto tre mitragliati passati ormai a miglior vita e un altro che perdeva sangue e stava più di là che di qua, agevolmente se la svignò.

 

Questa storia me la raccontò zio Vincenzo, l’estate scorsa, al cospetto di una granita al limone, nel bar del Castello, di fronte alla montagna, dove, tanti anni prima, si erano svolti i fatti.

Zio Vincenzo, esteta e filologo, mai, per suo conto, avrebbe detto una parola sconcia. Quando, però, si imbarcava in questi raccontini, non si faceva indietro. Attribuendo il livello scatologico ai personaggi, si sentiva al riparo, perseguendo, in tal guisa, una rigorosa mimesi neorealista. Fumava, nella sua elegante pipa di radica, un profumatissimo tabacco inglese e gli piacevano un sacco le citazioni colte, con le quali, sovente, infiorava l’eloquio.

“Vedi, figliolo”, disse (mi chiamava sempre “figliolo”, qualche volta “figliuolo”, nonostante avessimo quasi la stessa età), “l’erotismo di Caputo, benché rozzo e selvaggio, a suo modo, era splendido, ma, col tempo, si involgarì e immiserì. Mediante documenti falsi, Tommaso scappò all’estero e pare certo che si sia arricchito con l’industria della pornografia televisiva. Ti rendi conto, figliolo? In pratica: l’eros preconfezionato, senza individualità, senza rischio, senza mistero, senza il tormento del desiderio e dell’attesa. L’eros mortuario, ripetitivo, ossessivamente omologo alle produzioni seriali del mercato e servo del determinismo medianico. Un eros in cui l’inverecondia segnatamente verbale della sessualità popolana, ma vitalistica e gioiosamente eversiva perché contrapposta al lessico del moralismo bigotto e alle ipocrisie perbenistiche, viene sostituita da una oscenità esterna, di altra natura, importata e imposta dalla cultura del consumo, vale a dire: dal residuo fecale della modernità, della nostra stupida, orrenda, modernità”.

Zio Vincenzo, a poco a poco, si era acceso di una sorta di indignazione estetica, come chi si fosse trovato di fronte a una deliziosa pieve romanica, imbruttita senza ritegno da un paranoico intonaco controriformista. Sorrise leggermente imbarazzato per essersi lasciato andare e prontamente rientrò nelle sue riserve filosofiche; infatti, caricò la pipa, l’accese, guardò l’incendio del tramonto, alzò il sopracciglio sinistro e concluse con la sua prediletta citazione scespiriana (ci avrei scommesso): “C’è una ragione, ma non la dirò a voi, purissime stelle”.

http://www.storie.it/AttilioDelGiudice.htm

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Le poche estensioni: il braccio meccanico,
le corde, le lenti, le assi sotto i piedi,
sacche di liquido contro il torace,
e tutto il resto è mano, avambraccio,
inguine, ginocchio, stinco, unghia,
tutto il resto è nuda superficie,
e limite invalicabile, inerzia
degli organi e dei tessuti.

Solo qualcosa di aperto, di perso,
rimane sotto la calotta
d’osso, o scivola fuori
per le pupille: un varco ininterrotto
in cui si spingono e crollano
miliardi d’immagini.

 


Le belle fate
dove saranno andate?
Non se ne sente più parlare.
Io dico che sono scappate:
si nascondono in fondo al mare,
oppure sono in viaggio per la luna
in cerca di fortuna.
Ma che cosa potevano fare?
Erano disoccupate!
Nessuno le voleva ascoltare.
Tutto il giorno se ne stavano imbronciate
nel castello diroccato ad aspettare
che qualcuno le mandasse a chiamare.
Girava il mondo per loro
in cerca di lavoro
una streghina piccina picciò,
col naso a becco,
magra come uno stecco,
che tremava di freddo perché
era senza paltò.
E quando la vedevano arrivare
si facevano tutte a domandare:
“Ebbene com’è andata?
Avremo un impiego?”
“Lasciatemi, vi prego,
lasciatemi respirare,
sono tutta affannata…”
“Ma com’è andata?”
“Male!
C’è una crisi generale.
Ho salito tutte le scale,
bussato a tutti i portoni,
mendicato sui bastioni,
e dappertutto mi hanno risposto
che per noi non c’è posto.
Vi dico, una cosa seria,
altro che storie!
Fame, freddo, miseria…
La gente ha un sacco di guai:
i debiti, le tasse, la pigione,
la bolletta del gas,
i nonni aspettano la pensione
che non arriva mai…
Chi volete che pensi a noi?
E poi, e poi,
c’è sempre per aria la guerra:
ho visto certi generaloni,
con certi speroni,
con certi galloni,
con certi cannoni
dalla bocca spalancata…
figuratevi come sono scappata.
Per noi su questa terra non c’è posto.
Ci vogliono cacciare ad ogni costo.
Voi se non mi credete,
fate come volete.
Io per me, faccio il bagaglio
e me la squaglio”.
E le povere fate
ve le immaginate
a fare le valige?
Per l’emozione le trecce
della fata turchina
son diventate grige.
Il mago nella fretta
si scorda la bacchetta
e Cappuccetto perde la berretta.
Che spavento!
Biancaneve ha uno svenimento.
Il castello si vuota in un momento.
A bordo di una nuvola
la compagnia se ne va…
Dove, nessuno lo sa.
Forse in qualche paese
dove si sentono sicure,
dove anche i generali
vogliono bene alle fate
e le circondano di premure
perché sono così delicate.
Allora io mi domando:
torneranno? Ma quando?
Nella selva incantata
ci crescono le ortiche,
sul naso della Bella Addormentata
ci passeggiano le formiche,
la porta del Castello è sempre chiusa
e quando i bimbi chiedono una storia
i nonni trovano la scusa
che hanno perso la memoria…
Ma allora torneranno?
Io dico di sì.
Sapete che si fa?
Si va dai generali
con gli stivali
incapricciati di fare la guerra
e si dice così:
“Signori, per cortesia
andatevene via da questa terra,
andate sulla luna
o anche più lontano
in un posto fuori mano,
dove potrete sparare a tutto spiano
e non si sentirà il baccano.
La mattina vi farete svegliare
con un bombardamento
o un cannoneggiamento,
a vostro piacimento
e di sera
direte la preghiera
con la mitragliatrice.
La gente sarà più felice.
Si potrà stare in pace
tutti i giorni dell’anno,
e di certo così
le fate torneranno”.

Accendo la luce, perché la finestra è rimasta ben serrata, il corpo si risveglia dal torpore e dal fremito del primo piede fuori dal letto, a cercare il tappetino giallo – quello regalatomi con tanti sorrisi – faccio piano, altrimenti il mio angelo si sveglierà e il primo profumo dev’essere di caffè. Vorrei fosse di caffè. Non sono stato bravo, un mano nel buio degl’occhi afferra il braccio, accompagnato da un mugugno condito di dolcezza. Una mano attraversa la fronte e sussurra parole soporifere, ho giusto il tempo per catturare la sorpresa e regalarla al giorno e alle sue prime immagini…

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