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 "Non c'è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al posto giusto"

Venerdì, di un qualsiasi giorno dei seguenti, non sento
quel richiamo di luci e ombre, quel respiro sull'iride.
Mi chiedi la ragione dell'andare per le stanze, dico 
che la situazione nazionale mi impensierisce, ma sei tu
che non vedi oltre, oltre la parola atta a coprire i risvolti;
lacerante e latente, altezzosa e irriverente. Segno, 
misura di un partire che non conosci, di un amare
che non ti rispecchia e di un dolore che accomuna le mani.

Passeranno i giorni, mi dico, forse anche le stagioni, 
e metterò un passo avanti all'altro, edificare sui sassi.
Poi mi darai gli occhi e capirò che non c'è nulla
che sono stato cieco ed indovino; i polpastrelli
si scioglieranno nel sangue raffermo, acido 
d'intenzione. Alba del giorno dopo, game over.

Gian m.

Passai la notte a contarmi le lettere recise sulla lingua,
in silenzio perdetti la corda che mi teneva in piedi
e nel dirmi uomo la consonante cambiò uscita.

Aggrotta le ciglia e mangia le coperte,
fino al limite, sacco a pelo improvvisato,
insensato per la comodità del letto lì, poi
sanguina dalle mani e gli occhi le irridono.
Si lascia scivolare lungo le pendici
della vasca, sorride mentre incide,
la guardo immobile con l'ago piantato
fra l'aorta e l'intenzione, avrebbe detto il poeta.
Ben poco, poi mi si scioglie lungo l'iride
e diventa ricordo, calura di un giorno di giugno.
Il risveglio sarà di lacrime ed erba cipollina.

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Chiesero le mani e un rastrello
a dissotterrare la parata delle vanità;
eccoli a districarsi tra i rovi
e le fanfare, tra i sorrisi e l’altare.
Altrove le braccia inneggiano
alle viti, alle colture, alla società
operosa e operante, nascosta e svilita
dai sorrisi plastici di un presente
menzognero, intrigante e meneghino.
[...]

Gian

Non cerca di scrivere delle ferite che prova, perché sembrerebbe sempre troppo vano, allora si volta a cercare la vita, quella che gli è stata portata via di straforo, preso di spalle e colpito alla nuca. Avrebbe voluto dire tanto, ma la voce gli muore lungo la schiena. E quella che una volta era la sua donna, pur sapendo e conoscendo, non riesce a reggersi sulle gambe, né a correre a riprendersela, perché la vacuità dei giorni che si susseguono sembrano lenire poco quel fastidio al limite della sopportazione. Una settimana fa, o appena un giorno, poco importa, avrebbe voluto urlarle contro o che il diavolo se lo portasse via prima di proferire verbo, ma dalla nuca veniva fuori solo sangue salato. Forse avrebbe voluto il silenzio dell'esserci, perchè poteva succedere ancora, ma spesso le parole hanno la sottigliezza del riso indiano e si sfarinano al sole di maggio.
Ora cerca di mettersi insieme, ma riesce solo a suturare le ferite superficiali quella più profonda lo porta a perdere troppo sangue, vorrebbe lasciarsi sulle ossa, vorrebbe liberarsi del peso dell'infamia, ma resta solo seduto sulla poltrona blu che pian piano diventa rossa, col fucile in braccio e aspetta che arrivi, forse spera. Qualcuno parla dei mesi a venire, ma di sentirsi dire sciocchezze sembra stanco, ciò che è tolto non torna, ciò che è altrove non passa nuovamente, e quella donna saprà da lontano della sua fine o di un inizio – mente perchè non gli rimane molto – sente i gradini scricchiolare, la ringhiera vacilla per il peso. Si trova dietro la porta e cerca di scardinarla, tra poco sarà dentro. Solo il tempo di puntare e sorridere.

Il primo passo lo concede l'ansia del perdono,
i successivi depongono uova di serpente a declamare
versetti in salamoia. Chiede una vita indietro,
un parlare ossidato e pieno di sorprese;
poi si rivolta fra le coperte insanguinate, le mani
scorticate dai sogni virulenti, dalle passioni
stordenti. Scalpella la sorpresa su ossa
calcificate, sui piedi con l'alluce valgo, e si lascia
scivolare nella perfetta morsa del dopo di me.

Le porgo una guancia, lei alza il braccio e colpisce
con gli occhi, con l'intenzione, con il diniego.
Chiamarmi per nome, dirsi arresa e vilipesa,
darmi le labbra e il fuoco non è concesso,
solo un marasma senza coda, una virtù svenduta,
un prendere le vertebre e smontarle al vento. Oggi.
Giorno di paga, compro la lentezza della lacrima
e lo sbattere delle ciglia, la perdita e l'acquisto.

Tiro indietro le unghie dalle carni tremule, 
trattengo il respiro fino oltre l'apnea, 
dipingo sciogliendo i colori negli occhi,
separo il cobalto dall'argento, il possibile
dall'insensato, i giorni dai secondi. 
E tu, che mi graviti nelle ossa, senza nome,
senza pensiero, senza sforzo. Dico 
che le mani fermano i battiti, strusciano 
su vetri in frantumi e sventrano 
una piccola goccia di me. Sfera e richiesta,
singulto e approvazione. Braccia di seno 
e sutura.

Scortico la parole anchilosate, le stendo sui rostri,
sulle pareti bianchicce, si confondono sulle lenzuola
sventolanti la miseria, la delicata dolcezza dei miei occhi.
Mentre divampo, tu guardi le mie suole scendere furiose
le scale scalcinate, non dici e afferri, mi lasci lungo
il cornicione, leghi il saluto al fazzoletto spostato dal vento,
e per strada, la scolaresca mi sollecita al riso
per l'abito sdrucito, per la foga del discendere,
per le braccia nel parlare ossuto. Salpo,
piroga e fiume, matita su quaderno giallo,
su pelle scura. Mani di velluto attorno all'arsura.

E ridate la lama di veltro scuro,
nascosta sotto il patibolo imbandito,
intonsa e opaca.
Dal giorno seguente ritornano i tamburi turchini
salvati dal vostro rogo,
mentre i giudici danzano sul giudizio
solenne e ilare;
siete voi che mi rendete sconcerto,
che solleticate l'istinto giovando
ai miei sogghigni, sfrego
i polpastrelli sul muro, senz'attesa.
Sono ciò che si dice un passeggero,
un dicitore scomposto e poco misericordioso.
Solo vociare che gracchia e poco gracida,
che si divincola nella speranza di guadagnarsi
un posto nell'altezza dell'attesa.

E di una calma mascherata nel discernere le stagioni,
macerato nell'arrembaggio della Luna; avvinto,
come per le situazioni del quotidiano, che affondano
nella dichiarazione di una resa senza cocci e whisky.
Le ore trasmettono lettere decadute dal piedistallo
di un senso possibile, si edificano in piccolo, accovacciate
fra le cosce della donna del momento, fra le natiche
di una sillaba dormiente. Guardo mia madre e afferro
le volute dei suoi sorrisi, le mani accaldate per i troppi
abbracci sparsi per aria, rivolgo agli occhi del vicino
le offese che dichiaro di non voler tenere avvinte a me.
Mutando nel confronto col lavoro inattuale e instabile,
chiedendo per un dopo che ha sapore di fragola
e pepe; sollevo lo sguardo per l'albeggiare di alcune 
paroline sepolte dalla selezione naturale delle pentole
nel comò. Sorrido, le riconosco, le nascosi per tempo,
ora salve risuonano nell'orecchio e non solo mio.

Un giorno s'accovaccia al precedente,
si nasconde dietro le spighe che tardano a venire,
come le nespole che s'arrischiano in gruppo.
Dispiego il seminato lungo la fessura delle zolle
seguo la scia dell'allodola, rileggo il bestiario,
disegno col dito fra il fumo del tabacco e l'ansia.
Apro tutti i cassetti che mi porto dietro,
impegno le mie ore per edificarti uno spazio,
un divampo di lucciole che provino che ci sei.
Non chiedo, non intimo e non pretendo,
tutte concordi nell'elargire granelli d'attesa,
nel lasciar cadere rantoli di una voce
che non basta a calmare una sete, a cucire
le cicatrici inferte alle labbra per le troppe parole.

 



Cerco fra le spighe quella ruga e quel sorriso,
la sciabordante altalena dei giorni lasciati a marcire,
dei giochi posseduti per finta e delle mani avare,
un po' ignare dei serpeggiamenti delle ore
di quelle accalorate o inumidite dallo scirocco ostinato.
Un solo filo sottende e rifugge dai vetri sottili,
dalle risate della camera appresso e dal torpore
delle mie ultime notti, e non è attesa, è irrequitezza
catturata da una pretesa fastidiosa nel sapere e dire,
nell'avere fra le carni quel qualcuno, i due occhi
di cielo scuro, intrisi nell'ebano e invischiati di me.
Potrei obbedire oltremisura alla volontà organizzatrice
delirante per le ore in notturna, in fierezza erudita,
ma il ritorno alle coltri ovattate della lettiga,
darebbe la secchezza dell'esser solo, la lucidità
di un partire senza visuali. Catturato da un sacrificio
oltremisura, inscritto e diviso in acqueforti,
cedo il passo rincappucciando il fervore.

gian

Scardino la maniglia della stanza, come il resto delle mura ovattate, rastrello il corridoio ingombro di cartacce e pensieri, afferro la bici quasi del tutto saldata al mobile tardo anni ’60. Suonano i rintocchi delle dodici, con qualche scarto di minuti scivolerò fuori, vedrò un po’ di luce, abbraccerò un po’ di mondo ignaro. Se dovessi terminare proprio oggi sarebbe un bel guaio, non riuscire ad acquistare quelle poche cose che mi servono, qualche abito nuovo e dei dolci, ne vado matto, ma per fortuna tutto dipende da me, per cui posso guadagnare ancora del tempo.
Le strade sono intasate, dopotutto è un’ora questa piena di partenze e ritorni domestici, li vedo sfilare ignari, creduloni e sfaccendati. Prendo a parlare con me, mi capita di recente, e per non sentirmi folle mi rispondo con fermezza, decido il percorso zigzagando, così posso decidere dove stabilire le varie postazioni bomba.

to be continued…

Senza posa, mi sveglio nel cuore del buio, afferro la linguetta della fonte di luce e la scaravento per aria, quasi a regalarmi una notte stellata in frantumi cobalto. Non posso raccontare perchè ho troppe cose in testa, allora le raccolgo e pian piano le sviscero fuori, la pelle diventa scacchiera irrisolta, deprimente contenitore troppo saturo e senza marca d’attesa. Conto i pochi giorni rimasti nella speranza – ma ho abolito anche la provvidenza per la sua balordaggine – e rinserro la mani, nascondendole all’affanno e alla rabbia di una scelta; la stanza è immersa nella pagine, spazzo via quelle di troppo, letteralmente, mi ritrovo con montagne di carta nel corridoio. Lo sa già che per prendere la bici mi servirà un rastrello.

to be continued




Allungo i tentacoli nelle feritoie strette, dischiudo
occhi piccoli e agguerriti, praticanti l’assedio.
Sono racchiuso fra mura spesse, atte a contenere
la limpida lordura dei giorni trascorsi in pigrizia,

ossigenati nel cercare frescura e tattiche divergenti

da propinare al primo bardo folle e sconsiderato.
Non chiamarmi mentore, se sono un detrattore
del me fabulante, se commissiono speranze a fabbricanti
disattenti. Ora, nei giorni di tramontana,
attendo il ritorno del volatile e del messaggio.
Avrà parole spremute in fondo al sacco, fili di tungsteno
avvolti sul becco e ali di cera a cercare il sogno.

gian





"Battaglione, avanti!" urlò il colonnello in carica. Da una fessura nel terreno, coperta da foglie e terra, sbucarono fuori circa novecento formiche rosse e fiere come poche, pronte all’inevitabile scontro, tutte ben suddivise in compagnie. In lontananza una sentinella aveva avvistato un enorme polverone, qualcuno attaccava la colonia, seguì l’allarme e il posizionamento. Ora non rimaneva che aspettare.

Fu un attimo, poi il silenzio. Il cielo divenne rosso e buio allo stesso tempo. Il suolo s’apriva divorando. Era la fine. Immagine dal web

Un enorme essere incappucciato e rosso, con lunghe corde bionde pendenti dalla testa, ero sbucato fuori da una staccionata, saltava e giocava, incurante dello sterminio. Subito dopo una voce adulta di donna richiamava l’attenzione dell’essere: "Cappuccetto è ora di andare dalla nonna!". La bambina, con la sua mantellina rossa, entrò in casa, prese il cestino con le vivande per la nonna, ascoltò le raccomandazioni della madre e partì. Passando vicino alla staccionata, si fermò un attimo, guardò tutte quelle formiche morte e se ne partì alzando le spalle, legando il suo cappuccio rosso alla testolina.

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