Non cerca di scrivere delle ferite che prova, perché sembrerebbe sempre troppo vano, allora si volta a cercare la vita, quella che gli è stata portata via di straforo, preso di spalle e colpito alla nuca. Avrebbe voluto dire tanto, ma la voce gli muore lungo la schiena. E quella che una volta era la sua donna, pur sapendo e conoscendo, non riesce a reggersi sulle gambe, né a correre a riprendersela, perché la vacuità dei giorni che si susseguono sembrano lenire poco quel fastidio al limite della sopportazione. Una settimana fa, o appena un giorno, poco importa, avrebbe voluto urlarle contro o che il diavolo se lo portasse via prima di proferire verbo, ma dalla nuca veniva fuori solo sangue salato. Forse avrebbe voluto il silenzio dell'esserci, perchè poteva succedere ancora, ma spesso le parole hanno la sottigliezza del riso indiano e si sfarinano al sole di maggio.
Ora cerca di mettersi insieme, ma riesce solo a suturare le ferite superficiali quella più profonda lo porta a perdere troppo sangue, vorrebbe lasciarsi sulle ossa, vorrebbe liberarsi del peso dell'infamia, ma resta solo seduto sulla poltrona blu che pian piano diventa rossa, col fucile in braccio e aspetta che arrivi, forse spera. Qualcuno parla dei mesi a venire, ma di sentirsi dire sciocchezze sembra stanco, ciò che è tolto non torna, ciò che è altrove non passa nuovamente, e quella donna saprà da lontano della sua fine o di un inizio – mente perchè non gli rimane molto – sente i gradini scricchiolare, la ringhiera vacilla per il peso. Si trova dietro la porta e cerca di scardinarla, tra poco sarà dentro. Solo il tempo di puntare e sorridere.