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 "Non c'è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al posto giusto"

Caro nonno, che di me nipote
più non ti ricordi (sono
venuto al mondo dopo il Trentaquattro),
che mi dici figliolo o pressappoco
nel tuo scuro farnètico e gli sbagli, e
parli appena di trincee e di fuoco.

Ecco – la vedi? – questa è la trapunta,
così si chiama, e adesso fa' attenzione
a come la federa s'apre e s'infila. O ancora
tu t'imbuchi là a Nervesa (la battaglia
sotto le troppo sue bombe) o a Doberdò
nel fumo stranita e caduta?

Di tanto si è ritratta la tua vita
tutta in un puntino, per fare resistenza:
che difesa scarnita in questo tempo
sempre di ghiacci, di afflitti letarghi;
ma tu, di certo, hai cominciato nello stento
un'altra specie di combattimento
da qualche spelata dolina…

E il colloquio è finito, radunare gli straccetti.

Tiziano Rossi

Tra
smi
gra
zio
ne

d'

os
sa
!

CANCELLATA

Il giorno in cui morirò, la notizia
seguirà le solite procedure,
da un ufficio all’altro con precisione
dentro ogni registro verrò cercata.

E là molto lontano, in un paesino
che sta dormendo al sole su in montagna,
sopra il mio nome, in un vecchio registro,
mano che ignoro traccerà una riga.

(da Languidezza, 1920)

 


02/01/2010 – “CONCERTO DI MUSICA”

L’ultimo concerto dell’undicesima rassegna dell’Alba dei Popoli prevede l’esibizione di Goran Bregovic, che si esibirà con la sua band.
Luogo del concerto: Lungomare degli Eroi – ore 20.00
Otranto.

…se passate, se ci sarete o se vorreste esserci

Di corni trombe e timpani.

Sedimento le redini di terra,
lascio defluire l’effluvio assolato d’agosto,
che mi rende diverso&discosto.
Pongo le domande necessarie ai passi
le allineo ad una retta di sughero,
e corro sulle dita per avere visione vicina,
senza dimenticare le circostanze, le lotte,
quelle amarezze che distendono sorrisi,
ancora una volta le parole abbracciano
il cemento a blocchi.
Dimenticanza nascosta in un ombra
di trifoglio, una pagina ricusa nella fretta
di un passaggio di strali di spirito,
un piccolo me demordente, vivo
come l’uomo del primo passo,
ermeneutico nello sciogliere nodi attraccati.
Vedo uno scoglio come un baluardo,
e la sintassi dell’amore intrica le sue volute,
irretisce nei passaggi tra edera e tulipani.

Luogo delle mie vacanze, delle mie mete, scritto su me…

Divello e non dico, mi lascio sfuggire parole…

Il decalogo – e non so se sia effettivamente tale – del bravo scrittore, e immagino sia lo stesso per il poeta, prevede la scrittura solo ad emozione domata, e sono concorde con ciò, ma sarà poi sempre possibile? Il sangue ancora caldo imbizzarrisce i polpastrelli, divide il cuore nelle pulsazioni delle dita, ammorbidisce e rilassa dopo lo sforzo del lascito su carta, macchiando di sé – o d’altrui – la tavola imbandita di parole.
Non è confessione, non è soliloquio, non è assenza, semplicemente non è.
La realtà chiede costantemente d’essere mutata, camuffata, derelitta come si trova ora, luccicante ma di lucciole, debordante di attese e frammista a quella provvidenza senza senso che si discioglie nel latte materno.
Io sono ridotto un po’ pelle e parole, ho squartato l’addome perché credevo d’aver trovato un varco, e continuo a non sapere dove vanno a finire i fremiti di lotta, non so darmi pace dei sentieri che si biforcano (come diceva il buon Calvino) lasciando con un palmo di naso, con un coltello spuntante da un occhio.

Idem e ipse, null’altro forse, fuori luogo nel percorso.


gian

Con un solo occhio,
immerso immoto
disciolto.

foto da flickr




Ricordi le strade erano piene di quel lucido scirocco
che trasforma la realtà abusata e la rende irreale,
sembravano alzarsi le torri in un largo gesto barocco
e in via dei Giudei volavan velieri come in un porto canale.
Tu dietro al vetro di un bar impersonale,
seduto a un tavolo da poeta francese,
con la tua solita faccia aperta ai dubbi
e un po’ di rosso routine dentro al bicchiere:
pensai di entrare per stare assieme a bere
e a chiaccherare di nubi…

Ma lei arrivò affrettata danzando nella rosa
di un abito di percalle che le fasciava i fianchi
e cominciò a parlare ed ordinò qualcosa,
mentre nel cielo rinnovato correvano le nubi a branchi
e le lacrime si aggiunsero al latte di quel tè
e le mani disegnavano sogni e certezze,
ma io sapevo come ti sentivi schiacciato
fra lei e quell’ altra che non sapevi lasciare,
tra i tuoi due figli e l’ una e l’ altra morale
come sembravi inchiodato…

Lei si alzò con un gesto finale,
poi andò via senza voltarsi indietro
mentre quel vento la riempiva
di ricordi impossibili,
di confusione e immagini.

Lui restò come chi non sa proprio cosa fare
cercando ancora chissà quale soluzione,
ma è meglio poi un giorno solo da ricordare
che ricadere in una nuova realtà sempre identica…

Ora non so davvero dove lei sia finita,
se ha partorito un figlio o come inventa le sere,
lui abita da solo e divide la vita
tra il lavoro, versi inutili e la routine d’ un bicchiere:
soffiasse davvero quel vento di scirocco
e arrivasse ogni giorno per spingerci a guardare
dietro alla faccia abusata delle cose,
nei labirinti oscuri della case,
dietro allo specchio segreto d’ ogni viso,
dentro di noi…

Francesco Guccini


Mi sono risolto

Mi sono voltato indietro

                                      Ho scorto

uno per uno negli occhi

i miei assassini.

                                      Hanno

- tutti quanti – il mio volto.

                                                  Giorgio Caproni, da Il franco cacciatore (1973-82)

Le belle fate
dove saranno andate?
Non se ne sente più parlare.
Io dico che sono scappate:
si nascondono in fondo al mare,
oppure sono in viaggio per la luna
in cerca di fortuna.
Ma che cosa potevano fare?
Erano disoccupate!
Nessuno le voleva ascoltare.
Tutto il giorno se ne stavano imbronciate
nel castello diroccato ad aspettare
che qualcuno le mandasse a chiamare.
Girava il mondo per loro
in cerca di lavoro
una streghina piccina picciò,
col naso a becco,
magra come uno stecco,
che tremava di freddo perché
era senza paltò.
E quando la vedevano arrivare
si facevano tutte a domandare:
“Ebbene com’è andata?
Avremo un impiego?”
“Lasciatemi, vi prego,
lasciatemi respirare,
sono tutta affannata…”
“Ma com’è andata?”
“Male!
C’è una crisi generale.
Ho salito tutte le scale,
bussato a tutti i portoni,
mendicato sui bastioni,
e dappertutto mi hanno risposto
che per noi non c’è posto.
Vi dico, una cosa seria,
altro che storie!
Fame, freddo, miseria…
La gente ha un sacco di guai:
i debiti, le tasse, la pigione,
la bolletta del gas,
i nonni aspettano la pensione
che non arriva mai…
Chi volete che pensi a noi?
E poi, e poi,
c’è sempre per aria la guerra:
ho visto certi generaloni,
con certi speroni,
con certi galloni,
con certi cannoni
dalla bocca spalancata…
figuratevi come sono scappata.
Per noi su questa terra non c’è posto.
Ci vogliono cacciare ad ogni costo.
Voi se non mi credete,
fate come volete.
Io per me, faccio il bagaglio
e me la squaglio”.
E le povere fate
ve le immaginate
a fare le valige?
Per l’emozione le trecce
della fata turchina
son diventate grige.
Il mago nella fretta
si scorda la bacchetta
e Cappuccetto perde la berretta.
Che spavento!
Biancaneve ha uno svenimento.
Il castello si vuota in un momento.
A bordo di una nuvola
la compagnia se ne va…
Dove, nessuno lo sa.
Forse in qualche paese
dove si sentono sicure,
dove anche i generali
vogliono bene alle fate
e le circondano di premure
perché sono così delicate.
Allora io mi domando:
torneranno? Ma quando?
Nella selva incantata
ci crescono le ortiche,
sul naso della Bella Addormentata
ci passeggiano le formiche,
la porta del Castello è sempre chiusa
e quando i bimbi chiedono una storia
i nonni trovano la scusa
che hanno perso la memoria…
Ma allora torneranno?
Io dico di sì.
Sapete che si fa?
Si va dai generali
con gli stivali
incapricciati di fare la guerra
e si dice così:
“Signori, per cortesia
andatevene via da questa terra,
andate sulla luna
o anche più lontano
in un posto fuori mano,
dove potrete sparare a tutto spiano
e non si sentirà il baccano.
La mattina vi farete svegliare
con un bombardamento
o un cannoneggiamento,
a vostro piacimento
e di sera
direte la preghiera
con la mitragliatrice.
La gente sarà più felice.
Si potrà stare in pace
tutti i giorni dell’anno,
e di certo così
le fate torneranno”.

Accendo la luce, perché la finestra è rimasta ben serrata, il corpo si risveglia dal torpore e dal fremito del primo piede fuori dal letto, a cercare il tappetino giallo – quello regalatomi con tanti sorrisi – faccio piano, altrimenti il mio angelo si sveglierà e il primo profumo dev’essere di caffè. Vorrei fosse di caffè. Non sono stato bravo, un mano nel buio degl’occhi afferra il braccio, accompagnato da un mugugno condito di dolcezza. Una mano attraversa la fronte e sussurra parole soporifere, ho giusto il tempo per catturare la sorpresa e regalarla al giorno e alle sue prime immagini…


L’arte del raccontare è un voler sorprendere, agitando mente e corpo, in chi si immette nell’avventura del conquistare la visuale altrui. Altre volte sembra un’esigenza che pone l’individuo chiamato scrittore a far scivolare, attraverso le mani e gli occhi, tutto il mondo prodotto e confezionato dalla sua visione delle cose, come diceva Cortazár: «Il narrare è parte integrante della natura umana non meno del respirare o della circolazione del sangue» – continuando – «nel mio caso, la maggior parte dei racconti sono stati scritti al margine della mia volontà, al di sopra e al di sotto della mia coscienza raziocinante, come se io non fossi altro che un medium attraverso il quale passasse e si manifestasse un forza estranea». È lascito di sé, da parte dello scrittore. È un’eredità ricca, intensa la raccolta, pubblicata negli anni cinquanta, di Julio Cortazár intitolata Final del Juego – Fine del gioco, in Italia, pubblicata da Einaudi – dove il fantastico prende possesso del lettore fin dal primo racconto. Questa raccolta è suddivisa in tre parti, in tre momenti, quasi rappresentino un unico intreccio narrativo che dal primo racconto si dipana e s’aggroviglia in una “trama di gomitolo in cui la lana bianca e la lana nera lottano come ragni in un boccale” come si trova in “Il fiume” uno dei primi racconti. Qui troviamo, forse, un chiaro esempio di patafisica – la scienza delle soluzioni immaginarie e delle leggi che regolano le eccezioni – alla quale Cortazár è spesso associato; ma anche il primo racconto, emblematico per lo stile cortazáriano, “Continuità dei parchi” dove sembra quasi di sentire, fin da subito, attraverso i polpastrelli, poche sferzate di colore e grafite, accompagnati dall’occhio che decodifica simboli in parole di senso, tutto in appena due pagine. Qui il narrare lascia con l’acqua alla gola, un solo minimo respiro, ci si trova a seguire la via del senso e si scopre che ad un certo punto c’è stato un cambiamento importante, incisivo, debordante che ha trasformato la storia; lì il lettore fa un passo indietro, è costretto a scoprire la svolta, la sorpresa, l’imbroglio ordito dall’autore. Oppure un racconto costruito tutto su periodi lunghi, taglienti, che mozzano la parola per la velocità dell’occhio che la insegue, dove un uomo si trova a lottare contro un pullover e non trova altre soluzioni che l’unica possibile e impensata! E non manca, in questa raccolta, una storia misteriosa dove l’irrazionale entra con passo felpato, “La porta condannata” e non si più non ricordare un altro racconto imperscrutabile “Lontana” presente in un’altra antologia. La raccolta è intensa e interessante, meriterebbero tutti e diciotto i racconti un minimo di decanto, ma personalmente ho trovato interessante oltre ai già citati, e ad altri come “Dopocena”, “Il movente”, “I veleni” e “Axolotl”, soprattutto “Le Menadi” dove l’assurdo assume toni cannibaleschi e lascia un sentore di rammarico perché se i censori spagnoli non avessero proibito la costruzione di uno sketch da parte di Luis Buñuel, ne sono sicuro, sarebbe nato un nuovo capolavoro, pari forse a L’angelo sterminatore.


gian


 

Scocca l’ora delle rivolte a mezza testa, dei sottili proiettili

fatti di mele candite e cioccolato al caffè. Sono giorni incravattati
che richiedono le piaghe alle mani per l’applauso delle gesta
di un riccio, perché sa essere più coraggioso di molti
ad attraversare la strada lastricata di buche e mine nei tubi.

Mi dimetto dalla verità ammobiliata di nuovo, mi dibatto
dal dire in errore o dall’essere altrove, vivo oltre tutto.

Aggrappato alle spalle d’avorio d’una montagna d’istrice,
mi guardo assottigliarmi lungo la corsa, ricompongo i pezzi slavati,
gettati alla rinfusa sul pavimento color anni sessanta.
Sono giorni che avverto uno sfrigolio in fondo agli occhi,
un rinsecchirsi delle arterie, un flusso di blu e un dire di giallo.
Si riempie abbondante il fossato, mentre da altre stanze un odore
di sugo pronto, da intingerci il pane di grano duro. Sono nelle stanze,
sono in passaggio cavalcando soglie e sfuggendo a pertugi,
forse mi sveglio ma ho ancora l’olfatto intriso di castelli tessuti per aria.

gian

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