Non giunge il respiro ovattato
Chiesero le mani e un rastrello
a dissotterrare la parata delle vanità;
eccoli a districarsi tra i rovi
e le fanfare, tra i sorrisi e l’altare.
Altrove le braccia inneggiano
alle viti, alle colture, alla società
operosa e operante, nascosta e svilita
dai sorrisi plastici di un presente
menzognero, intrigante e meneghino.
[...]
Gian
Mi circò li mani per addimandarmi di che colore avissi li palmi,
chiesi li raggioni della quistione, ma iddha nun me lu pirmisi,
ci dissi che l'oracolo sciancato me le pittò di rosso, e non dissi ninzi,
poi mi si voltò, scarassò gli occhi e corse versu lu mari asseratu.
Turnai senza rispunniri e mi sistimai a durmiri.
Gian
Affrettati a fissarti dentro di me
se il tuo viso ti importa, e il tuo capello.
Tu non sai che pericolo, che galoppo di mare
a rovescio corre ad annegarti.
Ogni paesaggio, ogni nuovo viso
è una sgubbia che incide le tue guance, ogni nome
cade sopra il tuo nome dorme un’aquila morta.
Sei l’annegata della Senna, come salvarti
sei le donne di Picasso che ti corrodono con liquide carezze
e al mattino ti penso e sei un’altra
anche se inseguo assetato il tuo viso
nei cassetti cercandoti e in ritratti
abbandonato a una piccola, inutile
notte di pioggia fra queste mie mani.
Non ti lasciar distruggere,
non cedermi questa vittora facile!
Io lotto come un albero,
però tu sei l’uccello lassù in cima: che posso fargli,
al vento che mi ruba il tuo canto se tu gli dai le ali!
J. C.
E' il tempo che è
necessario
per decidere,
per affilare
le unghie
e poi combattere
Anche se sembra
che nulla mai mi tocchi
quando sorrido
non chiudo certo
gli occhi!
Non cerca di scrivere delle ferite che prova, perché sembrerebbe sempre troppo vano, allora si volta a cercare la vita, quella che gli è stata portata via di straforo, preso di spalle e colpito alla nuca. Avrebbe voluto dire tanto, ma la voce gli muore lungo la schiena. E quella che una volta era la sua donna, pur sapendo e conoscendo, non riesce a reggersi sulle gambe, né a correre a riprendersela, perché la vacuità dei giorni che si susseguono sembrano lenire poco quel fastidio al limite della sopportazione. Una settimana fa, o appena un giorno, poco importa, avrebbe voluto urlarle contro o che il diavolo se lo portasse via prima di proferire verbo, ma dalla nuca veniva fuori solo sangue salato. Forse avrebbe voluto il silenzio dell'esserci, perchè poteva succedere ancora, ma spesso le parole hanno la sottigliezza del riso indiano e si sfarinano al sole di maggio.
Ora cerca di mettersi insieme, ma riesce solo a suturare le ferite superficiali quella più profonda lo porta a perdere troppo sangue, vorrebbe lasciarsi sulle ossa, vorrebbe liberarsi del peso dell'infamia, ma resta solo seduto sulla poltrona blu che pian piano diventa rossa, col fucile in braccio e aspetta che arrivi, forse spera. Qualcuno parla dei mesi a venire, ma di sentirsi dire sciocchezze sembra stanco, ciò che è tolto non torna, ciò che è altrove non passa nuovamente, e quella donna saprà da lontano della sua fine o di un inizio – mente perchè non gli rimane molto – sente i gradini scricchiolare, la ringhiera vacilla per il peso. Si trova dietro la porta e cerca di scardinarla, tra poco sarà dentro. Solo il tempo di puntare e sorridere.
Ecco qui un mio racconto apparso su questa rivista…
http://www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl?Tipo=miniracconto&Chiave=222
Non darmi tregua, non perdonarmi mai
Pestami a sangue, che ogni cosa crudele sia tu che
ritorni.
Non lasciarmi dormire, non darmi pace !
Allora otterrò il mio regno,
nascerò lentamente.
Non smarrirmi come un motivetto facile, non essere carezza ne
guanto;
Intagliami come una selce, fammi disperare.
Difendi il tuo amore umano, il tuo sorriso, i tuoi capelli. Donali.
Vieni a me con la tua collera secca di fosforo e squame.
Grida. Vomitami sabbia in bocca, rompimi le fauci.
Non mi importa ignorarti in pieno giorno,
sapere che giochi faccia al sole, a viso aperto.
Condividilo.
Io ti chiedo la cerimonia crudele del taglio,
quello che nessuno ti chiede: le spine
fino all’osso. Strappami questo volto infame,
obbligami a gridare finalmente il mio vero nome.
Non so dire la sorpresa a questi versi di un autore che amo.
Laggiù in fondo sta la morte, ma niente paura. Afferra l'orologio con una mano, prendi con due dita la rotellina della corda, falla girare dolcemente. Adesso si apre un altro periodo, gli alberi dispiegano le loro foglie, le barche corrono le loro regate, il tempo come un ventaglio si va empiendo di se stesso, e da esso sgorgano l'aria, le brezze della terra, l'ombra di una donna, il profumo del pane. Che vuoi di più, che vuoi di più? Legalo presto al tuo polso, lascialo battere libero, fa di tutto per imitarlo. La paura arrugginisce le àncore, ciascuna delle cose che si potevano raggiungere e che furono dimenticate sta corrodendo le vene dell'orologio, incancrenendo il freddo sangue dei suoi piccoli rubini. E laggiù in fondo sta la morte, se non corriamo e arriviamo prima e non comprendiamo che non ha più nessuna importanza.
J.Cortazàr
E poi scarassi lievemente gli occhi, luce diurna,
senti il deserto che divora le carni, l'arsura
che ti brucia la bocca, e senza sonno precipiti.
Ancora prima dell'alba una fiammella ti sveglia,
è sempre stata lì, ma tu hai soffiato forte,
senza sapere, senza avvertire l'orrore del gesto;
avvicini le mani, le dita febbricitanti, ma hai timore,
che possa spegnersi, senti un calore familiare,
una medelaine, un senso di pace attaccata ai giorni.
Ti viene in soccorso un nome, una possibilità,
e prendi ciò che hai per dirlo, ma non puoi dimostrarlo,
sei troppo debole, troppo stanco, ancora fuori di metafora.
Allora attendi e poni le mani a salvare l'onda di luce,
lo fai a rischio di restar lì ad essere divorato, lo fai
perchè ad un certo punto devi trovare
il modo di ripartire, riattaccare i pezzi del puzzle,
ridare il sorriso a quel volto che senti ancora tuo,
perchè da esso dipendi, perchè te lo dice il di dentro.
Il vento forza la barriera, lamelle di freddo sciolgono
le tue intenzioni, sai di resistere, ti chiedi quanto e
non allenti, non poni sollievo. Non sono ancora io,
ti dici, ancora non sono tornato, ma ques'onda gialla
è filo d'Arianna speri che possa ricondurti a lei.
Passi di pianura…passi vicino al mare…e raffredda il suo tempo…
Tra
smi
gra
zio
ne
d'
os
sa
!
