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 "Non c'è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al posto giusto"
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E poi comincia a manifestarsi in un giorno di sole, fra le spighe selvagge e i papaveri solipsisti, quando è facile il sorriso sulla bocca di colei che ti guarda; sale lungo la schiena, serpente uncinato, fino a slargarti le labbra, fino a sentire il rantolo spasmodico della perdizione. Depone le uova e si ciba dei giorni a venire. Vecchia baldracca, sintetica ragazzina, insulsa e abominevole lusinga.

Allora guarda altrove…

 

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I giorni come ciambelle oltre al buco hanno la consistenza delle occorrenze e della cura di chi è vicino nella preparazione, di chi, piccolo e ingenuo, attende la cottura guardando dal vetro spesso del forno, e di chi torna dopo una giornata di lavoro nei campi e chiede notizia dell’odore dolce che proviene da lì, dove è seduto il bimbo. Uno di loro manca all’appello, ma l’ombra sulla sedia non smette di dare risposte.
Ciao pippi.

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Ora c’è questo nuovo posto, ancora poco accogliente, ma è questione di tempo.

Buon viaggio a tutti.

Venerdì, di un qualsiasi giorno dei seguenti, non sento
quel richiamo di luci e ombre, quel respiro sull'iride.
Mi chiedi la ragione dell'andare per le stanze, dico 
che la situazione nazionale mi impensierisce, ma sei tu
che non vedi oltre, oltre la parola atta a coprire i risvolti;
lacerante e latente, altezzosa e irriverente. Segno, 
misura di un partire che non conosci, di un amare
che non ti rispecchia e di un dolore che accomuna le mani.

Passeranno i giorni, mi dico, forse anche le stagioni, 
e metterò un passo avanti all'altro, edificare sui sassi.
Poi mi darai gli occhi e capirò che non c'è nulla
che sono stato cieco ed indovino; i polpastrelli
si scioglieranno nel sangue raffermo, acido 
d'intenzione. Alba del giorno dopo, game over.

Gian m.

Caro nonno, che di me nipote
più non ti ricordi (sono
venuto al mondo dopo il Trentaquattro),
che mi dici figliolo o pressappoco
nel tuo scuro farnètico e gli sbagli, e
parli appena di trincee e di fuoco.

Ecco – la vedi? – questa è la trapunta,
così si chiama, e adesso fa' attenzione
a come la federa s'apre e s'infila. O ancora
tu t'imbuchi là a Nervesa (la battaglia
sotto le troppo sue bombe) o a Doberdò
nel fumo stranita e caduta?

Di tanto si è ritratta la tua vita
tutta in un puntino, per fare resistenza:
che difesa scarnita in questo tempo
sempre di ghiacci, di afflitti letarghi;
ma tu, di certo, hai cominciato nello stento
un'altra specie di combattimento
da qualche spelata dolina…

E il colloquio è finito, radunare gli straccetti.

Tiziano Rossi

Passai la notte a contarmi le lettere recise sulla lingua,
in silenzio perdetti la corda che mi teneva in piedi
e nel dirmi uomo la consonante cambiò uscita.

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Perchè chi legge abbia la decenza di andare oltre il suppore, oltre le battaglie di chi sorride mascherando l'attesa, di chi è stanco di trovare motivi ma solo svolte e strade meno dissestate. Meno rimproveri e maggiori silenzi complici e colpevoli.

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Varna, 1952

Non è un cuore, perdio, è un sandalo di pelle di bufalo
che cammina, incessantemente, cammina
senza lacerarsi
va avanti
su sentieri pietrosi.

Una barca passa davanti a Varna
"Ohilà, figli d'argento del Mar Nero!"
una barca scivola verso il Bosforo
Nazim dolcemente carezza la barca
e si brucia le mani

N. H.

Aggrotta le ciglia e mangia le coperte,
fino al limite, sacco a pelo improvvisato,
insensato per la comodità del letto lì, poi
sanguina dalle mani e gli occhi le irridono.
Si lascia scivolare lungo le pendici
della vasca, sorride mentre incide,
la guardo immobile con l'ago piantato
fra l'aorta e l'intenzione, avrebbe detto il poeta.
Ben poco, poi mi si scioglie lungo l'iride
e diventa ricordo, calura di un giorno di giugno.
Il risveglio sarà di lacrime ed erba cipollina.

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Non c’è altra parola. Perché proprio quello è stata. Una pacchia.
Una pacchia, questi ultimi dieci anni.
Vivo, sobrio, ha lavorato, ha amato,
riamato, una brava donna. Undici anni
fa gli avevano detto che aveva solo sei mesi da vivere
se continuava così. E non poteva che
peggiorare. Così cambiò vita,
in qualche modo. Smise di bere! E per il resto?
Dopo, fu tutta una pacchia, ogni minuto,
fino a quando e anche quando gli dissero che,
be’, c’era qualcosa che non andava e qualcosa
che gli cresceva dentro la testa. “Non piangete per me”,
disse ai suoi amici. “Sono un uomo fortunato.
Ho campato dieci anni di più di quanto io o chiunque altro
si aspettasse. Una vera pacchia. Non ve lo scordate”.

R. Carver

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…resterò in silenzio a suggellare l'imbarazzo della risposta ossuta e tagliente.
E il tempo mi dirà chi sono e la partenza dei miei luoghi futuri.

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Un blu senza rimedio, un cielo terso tra le nuvole degli occhi,
immerso nella bambagia dei giorni teneri al tatto e al respiro; 
inconsapevole alle lotte intestine delle mie sinapsi affaticate.
E non posso evitare la domanda, che mi porge l'altro,
non posso chiederti di rimanere nelle ore della notte.
Decido-recido, ammucchio e scortico fino all'utile.
Sfrondo le pagine dei libri come antiquario maldestro
e attendo le giravolte della pancia, del dirti comune 
al resto del mondo che s'ostina nelle domande sbagliate.
Poi guardo fra gli articoli, nei servizi in tv, e m'accorgo
d'essere fuori luogo, fuori moda, fuori e dentro 
alle parole che mi calcificano le dita fino al freddo.
Non chiedere, edifica i giorni belli come rifugio e ritorno.

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